Calendario CSP: 08 dicembre 2025



“Il viaggio del Generale”


«Va bene, te lo ripeto: continuo a pensare che sia un’idea stupida farlo senza la tua attrezzatura, ma se credi davvero che sia meglio che attirare tutta l’attenzione su di te, mi assicurerò che la nave sia qui al tuo ritorno. Ma fai in fretta. Gli orchi individueranno la nave prima che poi, sempre che non l’abbiano già fatto. O solo gli dèi sanno cos’altro potrebbe nascondersi là fuori. E se hai bisogno di rinforzi, chiedi a uno dei tuoi ragazzi di inviarci dei segnali di fumo o qualcosa del genere dalla costa».

«Non preoccuparti troppo, Lee. Torneremo».

Lee fece un ultimo cenno con la testa al suo liberatore, l’uomo che lo aveva salvato dalla prigione in cui era rinchiuso da una vita e dalle catene del re, prima di calare la piccola scialuppa di salvataggio dell’Esmeralda con due corde. In quella piccola imbarcazione sedevano anche i compagni più fidati del liberatore — il mago Milten; Lester, un tempo novizio del Dormiente; Diego, ex Ombra; e Gorn, consigliere di Lee. Remarono lentamente verso la spiaggia costiera del villaggio di pescatori di Ardea.

«Generale, tutto bene?», chiese una voce alle spalle di Lee mentre lui fissava le numerose colonne di fumo che si alzavano dalla terraferma e la cupola appena formatasi intorno a Vengard, in lontananza. «Come ti senti?», chiese il mago dell’acqua Vatras avvicinandosi a Lee e seguendo il suo sguardo, con le mani infilate nelle maniche della tunica.

«Tutti quegli anni nella Barriera, poi Irdorath, ora questo viaggio per mare, e infine mi trovo ANCORA davanti a una barriera». Lee fece un respiro profondo. «Che considerazioni ne trai, mago? Come mi sento?»

«Preferirei non azzardare ipotesi», rispose il mago con un sorriso debole e complice. «Ma non disperare. Nemmeno l’ultima barriera ti ha fermato. Forse questo è un segno che il tuo destino è un altro».

«Un altro destino?»

«E se quelli di cui cerchi di versare il sangue fossero già morti? Quelli responsabili della tua condanna? O se non riuscissi affatto a raggiungerli?»

«Non saranno tutti morti. Inoltre, devo prima scoprire CHI tra loro è responsabile. Non cercare di dissuadermi, Vatras. Ho aspettato troppo a lungo. Voglio sapere chi è responsabile e POI… deciderò.” La risposta di Lee fu fredda.

“Il regno è sull’orlo di uno sconvolgimento. Anche se il re riuscisse in qualche modo a vincere questa guerra per miracolo, le cose non sarebbero mai più come prima. Questo è certo.” Vatras si voltò verso Lee. “Potrebbe essere l’occasione migliore per…”

«ALLARME!» gridò una voce forte sul ponte. Lee si voltò di scatto, con la mano sull’elsa della sua spada a due mani, ma quando la estrasse ormai era già troppo tardi.

Parte dell’equipaggio giaceva privo di sensi a terra e una dozzina di armi erano già puntate contro il resto. Pirati.

«Giù le armi, marinai d’acqua dolce! E anche la magia, vecchio!» abbaiò uno dei pirati.


Qualche giorno dopo:

«Dalle catene dei i pirati direttamente alla prigione di un villaggio. E quasi nessuno qui NON È drogato». Lee scosse la testa mentre appoggiava il mento sul pugno e lanciava uno sguardo scontento a Vatras, seduto a gambe incrociate di fronte a lui, con la veste strappata in diversi punti. Brontolò mentre piccole nuvole di fumo si diffondevano ripetutamente attraverso la porta, con un odore fin troppo familiare. Erba di palude.

«Beh, considerala una benedizione sotto mentite spoglie, figliolo», rispose Vatras con calma. A Lee sembrava quasi troppo calmo riguardo alla loro situazione.

«Una benedizione? Che tipo di benedizione vedresti qui?»

«Siamo stati catturati da assassini e gettati in una prigione fatta di una sola stanza in un villaggio dove si coltiva l’erba di palude. Io sono un Mago dell’Acqua. Per loro, valgo molto di più da vivo. E anche tu, in quanto mio ‘compagno’», disse il vecchio mago con un sorriso ironico.

«Valgo di più da vivo? In che senso?»

«Beh, noi Maghi dell’Acqua, qui a Varant, un tempo guidavamo il nostro popolo attraverso il deserto, prima che Re Rhobar ci ordinasse di creare la barriera magica attorno alla Valle delle Miniere».

“Il tuo popolo?”

“Il popolo dei nomadi, figliolo.” Vatras sorrise.

“E dov’è esattamente la benedizione in tutto questo?” Lee sbuffò beffardo.

“Come hai detto tu stesso, la gente ha fumato così tanta erba di palude che difficilmente sarà in allerta. Lo stesso vale per le guardie”, osservò Vatras con un sorrisetto significativo. “Dovrebbero interrogarci con ogni mezzo necessario. Ma come puoi vedere, noi stiamo semplicemente seduti qui in questa cella, mangiamo qualcosa di tanto in tanto e talvolta il nostro amico Fabio entra per farci qualche domanda prima di lasciarci alle “attente” guardie.”

“Allora come usciamo?”

“Aspettando.”

“Cosa stiamo aspettando?”

“I Fratelli.”

“Stai parlando per enigmi, Vatras, cosa…” Un tonfo sordo proveniente dall’esterno della prigione interruppe la domanda di Lee. Un attimo dopo la porta si spalancò e un assassino ferito entrò barcollando e crollò a terra gemendo. Lee balzò in piedi e osò dare un’occhiata fuori. Gli schiavi fuggivano in tutte le direzioni mentre gli assassini erano impegnati in un combattimento con abitanti del deserto a lui del tutto sconosciuti. Lee si voltò verso Vatras: «In piedi, maestro, dobbiamo uscire di qui!».

Vatras sorrise. «No, questa è la tua via d’uscita. La mia mi terrà qui fin quando giungerà il momento giusto».

Lee lo fissò confuso. «Non capisco. Vatras, vieni con me, subito!»

Ma il Mago dell’Acqua si limitò a scuotere la testa. «No, vai tu, Generale. Vai e segui il tuo destino. Il mio momento arriverà. E un nostro comune amico mi aiuterà».

Lee aggrottò la fronte. Per un breve istante, in mezzo al caos, pensò al cacciatore di draghi. Era stato catturato anche lui? Ucciso? Vatras sembrava sicuro che fosse ancora vivo. Quindi forse c’era ancora una possibilità…

Con un semplice cenno del capo, Lee uscì di corsa e si fece strada attraverso la caotica mischia, verso il molo dei pescatori.


Tre giorni dopo:

Il sole di mezzogiorno bruciava sulle colline di Myrtana mentre Lee si fermava sulla strada polverosa che portava a Montera. Davanti a lui c’era un piccolo accampamento circondato da basse palizzate e alberi ombrosi. Il peso dell’armatura e della spada sulla schiena sembrava dargli poco fastidio. Ma nei suoi occhi ardeva una fiamma che nulla aveva a che vedere con il calore del giorno: la fiamma di un uomo che aveva perso tutto ed era determinato a riprenderselo.

«Lee?»

Una voce familiare e roca risuonò dietro di lui. Lee si voltò e vide Gorn che si avvicinava, il guerriero corpulento con un ampio sorriso sul volto. La sua ascia a due mani era appoggiata con disinvoltura sulla spalla. La sua sola presenza sembrava un baluardo contro i disordini che affliggevano la terra.

«Gorn», rispose Lee seccamente, concedendosi un sorriso appena accennato. «Avrei dovuto immaginare che ti saresti aggirato da queste parti».

«Potrei dire lo stesso di te. Allora, hai deciso di giocare di nuovo al soldato? O stai ancora cercando di causare problemi al re?»

Lee incrociò le braccia, guardando Gorn con aria severa. «La mia decisione è stata presa molto tempo fa. La mia vendetta non aspetta nessuno. I suoi cortigiani pagheranno per ciò che mi è stato tolto».

Gorn sospirò e lasciò cadere l’ascia sul terreno. «Lee, so cosa ti hanno fatto. Ma vale la pena rischiare tutto? Il re è a Vengard, e la strada per arrivarci è lastricata non solo di orchi, ma anche del sangue di innocenti. E chi lo sa se gli uomini che stai cercando sono ancora vivi?» Scosse la testa. «La gente qui ha bisogno di aiuto».

«La gente di qui…» Lee fece un gesto di disapprovazione. «È sempre stata lasciata a cavarsela da sola. Non sono un salvatore, Gorn. Sono un uomo che porta a termine ciò che ha iniziato. Ma… il tuo aiuto mi farebbe comodo».

«Oh?» chiese Gorn, con tono improvvisamente serio. «Allora sentiamo…»

Lee si avvicinò e parlò a bassa voce, come se il bosco potesse ascoltare. «Ci deve essere un’altra strada per entrare a Vengard. Una strada magica. Forse una pietra di teletrasporto o qualcosa di simile. Gotha, la roccaforte dei paladini, si trova vicino a Montera. Prova a scoprire se lì c’è qualcosa del genere».

«Mmh.» Gorn rifletté. «Ho sentito che è successo qualcosa di terribile a Gotha. Ma stavo comunque andando in quella direzione. Chi può più sapere cos’è vero ormai? Cosa farai nel frattempo?»

Lee annuì in segno di approvazione. «Probabilmente andrò al monastero nel Nordmar. La loro biblioteca deve contenere qualcosa che può aiutarmi, nella mia ricerca, ma anche con Vengard.»

Gorn aggrottò la fronte. «Non starai mica pensando di affrontare TUTTI gli orchi lassù? È un suicidio, amico. Da quanto ho sentito, hanno chiuso il passo a Faring. Per non parlare di tutti quei guerrieri mezzi cresciuti e troppo impulsivi che si aggirano a Nordmar.»

Lee si avvicinò, con voce fredda e risoluta. «Ho guardato la morte negli occhi più di una volta, Gorn. E sono ancora vivo. Se questo mi avvicinerà al re, troverò un modo per superare le file degli orchi».

Gorn annuì lentamente, con espressione rassegnata. «Allora ti accompagnerò per un po’. È meglio che ci dirigiamo verso il passo vicino a Silden. Qualcuno deve badare alla tua testa dura».

Lee sorrise debolmente. «Sei sempre stato bravo in questo, vecchio amico».

Si diressero verso il sentiero nel bosco. Nel silenzio che li circondava aleggiava un legame tacito: la lealtà di guerrieri che avevano combattuto fianco a fianco. Eppure, le ombre del loro passato e il peso delle loro scelte li seguivano ad ogni passo.

La loro strada era tracciata. La vendetta sarebbe arrivata e con essa il destino che entrambi cercavano.


Qualche giorno dopo:

Il vento gelido del Nordmar penetrava anche attraverso le pellicce più spesse, e le cime bianche delle montagne sembravano perforare il cielo. Lee si strinse il mantello attorno alle spalle mentre si avvicinava all’accampamento del Clan del Fuoco. Il ruggito delle fiamme e il sordo clangore dei martelli dei fabbri lo accolsero come un duro benvenuto in questa landa selvaggia e spietata.

Un nordmariano vestito con pesanti pellicce gli sbarrò la strada, con una gigantesca ascia in spalla. Il suo volto era segnato da cicatrici e la sua voce rimbombava come un tuono attraverso l’accampamento.

“Un altro dalle pianure… Cosa vuoi dal Clan del Fuoco, straniero? Chi sei?”

Lee si fermò e alzò la mano in segno di saluto. “Un vecchio amico. Cerco Wiglaf.”

Il nordmariano spalancò leggermente gli occhi mentre studiava Lee, assicurandosi che fosse davvero chi diceva di essere. Alla fine, annuì.
«Wiglaf ti riceverà. Seguimi».

Lee fu condotto in una grande capanna nel cuore del clan, le cui massicce travi di legno riflettevano lo stile di vita semplice dei nordmariani. A un tavolo vicino al focolare sedeva un uomo muscoloso con lunghi capelli grigi e una barba cosparsa di brina. I suoi occhi brillarono intensamente quando Lee entrò.

«Lee». La voce di Wiglaf era profonda, carica di vecchi ricordi. Si alzò e si avvicinò al suo vecchio compagno. «È passato molto tempo dall’ultima volta che ci siamo incontrati. Ti credevo morto… o peggio».

Lee gli porse la mano, ma Wiglaf lo strinse in un forte abbraccio. «Sono ancora vivo. Nonostante tutto».

Si sedettero e davanti a loro furono posati una brocca di idromele caldo e dei tagli di carne fumanti.

«Non sei qui senza motivo», disse Wiglaf dopo aver bevuto un bel sorso. «Dimmi, cosa ti porta a Nordmar?»

Lee fissò le fiamme, scegliendo con cura le parole. «Ho preso la mia decisione, Wiglaf. La mia vendetta sul re è tutto ciò che conta. Ma il percorso è irto di ostacoli. Ho bisogno del tuo aiuto, vecchio amico».

Wiglaf si appoggiò allo schienale, accarezzandosi pensieroso la barba. «Cerchi il mio aiuto per abbattere i lacchè del re? Al tempo, quando ti hanno tradito, ti avrei aiutato senza esitazione. Ma ora…».

«Ora cosa?», lo incalzò Lee, sostenendo il suo sguardo.

«Il mondo è cambiato, Lee. Il Nordmar è diviso. Gli orchi attaccano i nostri villaggi e i clan litigano tra loro. Eppure…» Wiglaf fece una pausa, con espressione addolcita. «Ti devo la vita. Mi hai liberato dalle mani del nemico ai tempi dell’esercito. Senza di te, non sarei qui.»

Lee annuì, ma rifiutò di indulgere nei sentimentalismi. «Allora aiutami. Un posto dove stare: è tutto ciò di cui ho bisogno per ora.»

Wiglaf rimase in silenzio per un po’, poi annuì lentamente. «Certo. Non è un problema. Da quando mia moglie è morta, ho comunque un letto libero. Fai come se fossi a casa tua».

Alzò la brocca e la fece tintinnare contro quella di Lee. «Che gli dèi veglino su di noi… o almeno che non ci abbandonino».

Lee sorrise, sorrise davvero, per la prima volta dopo tanto tempo. Nel rude calore del Clan del Fuoco e nella lealtà di un vecchio compagno, trovò non solo rifugio, ma anche il prossimo passo nel suo cammino verso la vendetta.

Passarono altri giorni, durante i quali Lee cercò di orientarsi e preparare il suo percorso verso il monastero dei Maghi del Fuoco. Tuttavia, non si tratteneva mai a lungo durante le sue visite, poiché il pericolo di essere riconosciuto era alto.

Immerso nei suoi pensieri, mentre affilava la sua vecchia e fedele spada su una mola, fu riportato al presente quando sentì dei passi avvicinarsi e riconobbe l’uomo a cui appartenevano. Un uomo il cui aspetto non era affatto sorprendente.

Lee si limitò a sorridere.

«Tu qui? Giuro che non c’è posto dove tu non compaia».


Autore: Gregox


Traduzione italiana a cura di Mattia “ZaZi91” Zanfrini.


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